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Archive for aprile 2010

Anche se oggi vediamo il progressive come un genere a sé stante, come un genere di nicchia e assolutamente lontano dalla diffusione di massa, negli anni ’70 non era così: lo stile e la visione progressive della musica contagiarono ed influenzarono tutti gli altri generi, dal jazz, al pop, alla musica dei cantautori. Forse anche in seguito ai movimenti del sessantotto, un po in tutti i generi musicali si stava diffondendo un maggiore impegno, non solo quello civile e sociale che ritroviamo nei testi, ma anche un impegno che si realizzava nella ricerca di una musica più sofisticata.

Frano Battiato

Un ottimo esempio di connubio tra impegno sociale e ricerca musicale si trova nei cantautori italiani. Bene o male, l’esplosione del progressive nei primi anni ’70, in Italia, contagiò quel gran numero di artisti, di cantautori. Quelli già noti che improvvisamente contaminarono la loro musica di sonorità ed elementi che probabilmente solo qualche anno prima li avrebbero fatti passare perlomeno come molto eccentrici e che sicuramente non sarebbero stati capiti, come Fabrizio de Andrè, Ivano Fossati per citarne alcuni. Quelli che iniziarono la carriera proprio in quegli anni, e da subito attinsero a piene mani dall’ondata psichedelica e progressiva: l’esempio più eclatante è Franco Battiato, salvo poi una volta sgonfiatasi quell’onda rinnegare le sue origini, pur rimanendo tra i cantautori più sperimentali.

Ma quali sono questi elementi progressive presenti nella canzona italiana? Sono i toni più cupi, i virtuosismi strumentali, l’utilizzo degli strumenti elettronici, del concept album, del passaggio degli strumenti da semplice accompagnamento per le parole ad elemento fondamentale per la canzone nel suo complesso. Molti cantautori venivano accompagnati, nei loro tour, da musicisti e gruppi considerati progressivi, come gli Area, la PFM, i New Trolls, che iniziarono la loro carriera proprio in questo modo.

Non al denaro, non all'amore ne al cielo

Un cantautore a questo proposito esemplare è Fabrizio de André. Le prime canzoni erano caratterizzate dal semplice accompagnamento di chitarra: pensiamo a Via del campo, La guerra di Piero e tante altre. Sul finire degli anni ’60 il cantautore genovese cominciò ad attorniarsi di musicisti, la musica si fece sempre più sofisticata, gli album non erano più una raccolta di canzoni, ma dei concept. Questo cambiamento inizia con Tutti morimmo a stento, il primo concept, che esprime tutto ciò che abbiamo detto nel sottotitolo: ‘cantata in si minore per solo, coro e orchestra’. Ma toni e stili indubbiamente progressivi si trovano nei due album successivi: Non al denaro, non all’amore ne al cielo (1971) e Storia di un impegato (1973). Non manca nulla per definire questi dischi come concept album progressive. Ed è immediato capirlo semplicemente ascoltando brani come Un ottico, o La bomba in testa.

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La nascita del progressive rock è considerata la naturale evoluzione di quel genere conosciuto come rock psichedelico che si è sviluppato negli ultimi anni ’60 negli ambienti più undergruond inglesi. All’inizio le sperimentazioni sonore e lisergiche dei gruppi psichedelici sono un genere di nicchia: musica per quei giovani dello sballo, dell’lsd, di una deviazione lisergica sbandierata come simbolo della liberazione e disinibizione sessantottina. Insomma musica e droghe, entrambe psichedeliche andavano di pari passo, una conseguenza dell’altra e nessuna senza l’altra.

The piper at the gates of dawn

In brevissimo tempo le cose iniziano a cambiare: nel 1969 vengono pubblicati Stg Peppers e The piper at The Gates of Dawn. Grazie ai Beatles e ai nascenti Pink Floyd, la psichedelia diviene genere di massa, apprezzata da un pubblico molto ampio e destinata non solo ai giovani “viaggiatori”. Se da una parte i Beatles stanno terminando la loro carriera, dall’altro le porte si spalancano per i Pink Floyd.

Sono proprio i Pink Floyd che assumono la parte di guida nella transizione dal rock psichedelico a quello progressivo. Dicevo che il secondo è la naturale evoluzione del primo, ma perché? In comune hanno la continua ricerca di sperimentazione sonora, raggiunta attraverso un utilizzo creativo degli

Echoes

strumenti, abbinato alle nuove ed apparentemente infinite possibilità offerte ed aperte dall’elettronica. Se dapprima queste sperimentazioni erano più fini a se stesse, chiuse in sensazioni introspettive, spesso utili ad esaltare quelle simili sensazioni provocate da sostanze psichedeliche, con il progressive la musica assume maturità e si apre verso l’esterno. É una musica che diventa espressione artistica, che vuole comunicare qualcosa al pubblico.

Gli stessi Pink Floyd vissero questa transizione ed ebbero non pochi problemi a staccarsi di dosso quell’immagine dovuta al periodo più psichedelico. Per molti anni la maggior parte del  pubblico andava ai loro concerti con l’esplicit

o intento di sballarsi. Dice David Gilmour nel 1972:

E’ un’immagine che vorremmo dissipare.
Qualche anno fa era molto più pesante, molti pensamo che siamo un gruppo orientato verso la droga.
Ma non è vero, potete fidarvi.

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Il concept album è quel tipo di album musicale, in cui tutte le canzoni sono legate da un tema, ad una storia, ad un punto di vista… Nei casi più semplici si limita ad essere il tema di cui parlano i testi dei vari brani, ma non è detto che il tema comune non possa essere applicato anche allo stile, alle progressioni armoniche e tutto ciò che riguarda l’aspetto strumentale. Questo è quello che ha fatto il progressive rock.

Thick as a brick - Jethro Tull

In realtà il concept non nasce con il progressive rock, ma esisteva già da prima, come idea di una raccolta di canzoni che trattano tutte uno stesso tema. Ma è con l’esplosione del progressive che quest’idea inizia a venir utilizzata abitualmente, tanto che concept album è quasi sinonimo di album progressive. Come dicevo, non sono solo i testi ad essere accomunati da un unico argomento, ma anche le parti strumentali sono strettamente legate tra le varie tracce. Esempi di queste interconnessioni che contribuiscono a formare un unico più grande brano possono essere la scelta di un’unica tonalità per tutto l’album, un motivo melodico che viene ripreso in più canzoni, una stessa atmosfera di fondo..

Strettamente connessa al concetto di concept album ed utilizzata dai musiciscti progressive è la suite: un’unica canzone composta di più parti, di durata molto lunga. Spesso il limite era dato dalla durata di ciascun lato del disco in vinile, come per Thick as A brick dei Jethro Tull, comunque in tutti i gruppi progressive è forte l’idea che la musica scaturisca da un’idea originaria, per poi evolversi, progredire, ma senza mai perdere la continuità con se stessa.

Whis you were here - Pink Floyd

Alcuni esempi, tra i più conosciuti sono Whis you were here e The wall dei Pink Floyd, The lamb lies down on Broadway dei Genesis, Picture at an Exhibition di Emerson Lake & Palmer, ma anche gruppi italiani, come il disco Darwin! dei Banco del mutuo soccorso. Per quanto riguarda l’Italia, un caso particolare si applica ai cantautori, che vengono influenzati dallo stile progressive e in quegli anni in cui il genere ha così successo lo adottano e reinterpretano: penso a Fabrizio de André in concept come Tutti morimmo a stento o Storia di un impiegato, in cui non manca nessuna delle caratteristiche per potersi definire un concept album progressive.

Questi ultimi esempi rendono bene l’idea di come in un concept album, le singole canzoni non assumono pienamente il loro significato, se non contestualizzate all’interno di tutto il disco. Insomma, va ascoltato dall’inizio alla fine, e chi non ne ha la pazienza si perderà parecchio!

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A chi ascolta progressive sarà probabilmente capitato che amici che prediligono generi musicali diciamo più “leggeri”, mentre sono ad esempio con noi in macchina e abbiamo messo su Red dei King Crimson, se ne escano fuori con frasi del tipo: “ oh ma cos’è questo? Ma tu che musica ti ascolti?” oppure che stronchino quello che per te è uno degli assoli più emozionanti della storia della musica interrompendo il religioso silenzio per iniziare un discorso che non ha nulla a che fare.

Ma più semplicemente quell’aria dubbiosa di coloro che non capiscono cosa si trovi di bello in quel tipo di musica. C’è però un gruppo con cui non mi è mai capitato nulla di tutto ciò: i Camel. Anzi ad alcuni sono addirittura piaciuti!

Copertina di 'The snow goose'

I Camel non sono mai stati considerati tra i più importanti gruppi storici del rock progressivo, eppure anche loro vengono dalla Scuola di Canterbury, come i Caravan e i Soft Machines tra gli altri. Certo arrivarono un po’ più tardi rispetto ai primi gruppi progressive -il primo album risale al 1973- e forse per questo passarono inosservati in Gran Bretagna, come nel resto d’Europa; il loro successo iniziò ad arrivare solo con i tour negli Stati Uniti. Comunque i Camel rimarranno sempre un po’ nell’ombra, sempre un gruppo minoritario tra i big, eppure sono anche uno dei pochi gruppi a non mai aver abbandonato il genere progressive quando sul finire degli anni ’70 passò la voglia di questo genere di musica a favore di qualcosa di molto meno impegnativo. Anzi i Camel riuscirono negli anni a reinterpretare il progressive tenendo conto delle nuove tendenze, ma senza abbandonarvisi.

Ma tornando alla domanda iniziale, perché i Camel piacciono anche a chi non va matto per il progressive? Probabilmente le linee melodiche orecchiabili al flauto o alla chitarra, che sfociano spesso in un rock energico e ancora oggi attuale fanno dimenticare la durata dei brani (dieci muniti è la media) e la quasi totale assenza della voce. Elementi difficilmente digeribili nella frenetica vita d’oggi. La vita dell’uomo schizoide del ventunesimo secolo.

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La maggior parte dei gruppi progressive formatesi nel primo periodo, quello in cui il genere ancora non esiste o perlomeno non è ancora definito, alla fine degli anni sessanta, sono inglesi.  È già questo di per se è interessante, ma un discreto numero di musicisti e gruppi progressive di successo, proviene da une regione ancora più definita, che coincide con la cittadina inglese di Canterbury. Ma cos’è davvero quella che viene chiamata Scuola di Canterbury?

Caravan

Come dicevo la scuola, anche se è un termine un po’ tirato, nasce sul finire degli anni sessanta. Chiamarla scuola è scorretto proprio perché in realtà si tratta di un ristretto gruppo di musicisti che per caso si trovano a vivere nella zona di Canterbury, e fondano un gruppo: i Wilde Flowers. Da questo iniziale ristretto gruppo prenderanno poi vita alcuni tra i più famosi gruppi progressive. É allora solo a posteriori che si può parlare di scuola, quando quei ragazzi che rispondono a nomi come Daevid Allen, Robert Wyatt, Mike Ratledge e altri, avranno un tale successo da poter essere definiti i maestri della scuola stessa. Ma quali sono questi gruppi? Bè tra i primissimi a formarsi ci sono i Caravan e i Soft Machines. Nel tempo qeusti ed altri musicisti, che si sono incrociati daranno vita ad altri gruppi come i Camel, i Gong, gli Hatfield And The North, i Gilgamesch.

The Soft Machines

Per chi conosce la loro musica, può sembrare strano che sonorità così differenti abbiano un origine comune. In quali tratti distintivi si ritrovano tutte queste sperimentazioni? Forse la risposta si può trovare ancora una volta nelle origini, e in effetti vediamo che il progressive di Canterbury prende spunto dal movimento underground e psichedelico, in voga in quegli anni in Inghilterra. Le prime composizioni dei gruppi citati esplorano infatti la psichedelia riuscendo al contempo ad amalgamarla con le sonorità più rock, senza disdegnare quegli elementi che permettono di collocare questo genere in un rock colto. Si fanno sentire le influenze di musica classica, ma soprattutto jazz.

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Gli anni d’oro del progressive consacrarono alla storia diversi gruppi, diversi musicisti, ma la gloria e la popolarità di alcuni ha sicuramente fatto passare quasi inosservata l’abilità di altri. Questo specialmente nel Regno Unito, dove nei primi anni ’70 si formarono un numero spropositato di gruppi sul crescente successo del progressive e, ovviamente, solo una piccola parte riuscì ad emergere dalla massa, ad avere successo. Molti altri, non meno capaci di questi mostri sacri, vennero ahimè snobbati, come capitò ai Gentle Giant. Almeno nei primi anni…

I Gentle Giant si formano nel 1970, inutile dirlo, in Inghilterra, e si trovano quindi a suonare al fianco di gruppi come i King Crimson o i Genesis, la concorrenza era quindi parecchio forte, eppure la loro musica, il loro sound, si differenzia ed ha una sua identità che lo rende immediatamente riconoscibile, basti pensare agli insoliti strumenti che utilizzano come trombe, sax, violoncello, flauto… Insomma, non è uno tra i tanti gruppi sorti in quegli anni.

La celeberrima copertina dei Gentle Giant

Sottovalutati quindi nella loro patria, i Gentle Giant riscuotono però successo in altri paesi europei, tra cui, in particolare l’Italia, dove addirittura la loro influenza si fa sentire sui gruppi nostrani. In seguito il loro nome riuscì a superare l’Atlantico, sbarcando in quel mercato che ha permesso a molti altri gruppi progressive di trovare una strada di successo e un loro mercato al di fuori dall’Europa, ormai satura.

Oggi è ormai riconosciuto il valore e la validità dei Gentle Giant, tanto che le antologie ed enciclopedie sul progressive rock, li classificano lodandoli come tra i più influenti gruppi del genere. E forse non a caso la Guinti utilizza la famosa copertina del gigante gentile (primo album del gruppo), come immagine di copertina del suo atlante del progressive.

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