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Capita spesso che nei gruppi di musica leggera di qualsiasi genere vi sia un componente che, o dall’inizio, o gradualmente, diventa leader. È di costui che la critica e le riviste specializzate iniziano a parlare, è sempre di lui che il pubblico inizia a parlare come se fosse l’unica mente artistica del gruppo.
Sorprendentemente questo individuo risulta essere quasi sempre il cantante.

Britney Spears

Questo è concepibile nei gruppi più pop, in cui i musicisti spesso non sono che semplici ed anonimi tournisti (altrettanto spesso sottovalutati) al servizio del cantante, è ovvio per quelle pop star lanciate dall’industria discografica che puntano più sulle capacità di frontman o l’apparenza e l’aspetto della star che sulla qualità e originalità della musica. Ma sembra meno ovvio se parliamo di generi meno commerciali, meno “di massa” come può essere il jazz oppure il progressive rock, generi in cui la parte del cantante non ha di solito una prevalenza sugli altri strumenti, ma anzi spesso ha una parte minore.
Eppure tra i gruppi progressive, non mancano vicende di questo tipo, in cui, all’apice della maturità artistica, il cantante inizia ad avere attriti con il resto del gruppo, che poi si evolvono in seri scontri, fino a che lo stesso cantante decide di lasciare il gruppo, per affrontare una nuova carriera da solista.
La motivazione sta spesso in quello che dicevo prima: il gruppo inizia a venir conosciuto ed apprezzato ed magari a riscuotere un buon successo commerciale, allora il leader, quello che riceve tutte le attenzioni e meriti da pubblico e critica, evidentemente pensa bene di poter fare a meno dei suoi compagni e di non dover dividere gli intrioti con nessuno.

Peter Gabriel

In realtà, riguardo al progressive, non mi vengono in mente esempi significativi di brillanti carriere da solista di membri che hanno lasciato il gruppo. Spesso invece il risultato è un brusco arresto della creatività artistica sia del leader fuggente, che del resto del gruppo. Così capitò, tra gli altri ai Pink Floyd, o ai Genesis.
Nei Genesis il discorso calza a pennello: fin dagli esordi sono evidenti le capacità di intrattenimento e di frontman di Peter Gabriel, ricordo i vari travestimenti (famosa la testa di volpe) con cui si presentava sul palco e con cui trasformava i concerti in spettacoli. Nel momento in cui decise di lasciare il gruppo, certamente iniziò una promettente carriera come solista e non finì nell’ombra, ma l’incredibile creatività musicale raggiunta con alcuni album dei Genesis rimana ancora oggi un ricordo.

Di seguito la lettera con cui Gabriel si congeda dal gruppo:

” ho fatto un sogno, un sogno ad  occhi aperti. Poi ne ho fatto un altro, in cui avevo il corpo e l’anima di una rock star. Quando ho cominciato a non sentirmi più a mio agio l’ ho riposto nel cassetto.
Credo che l’uso dei suoni delle  immagini visuali possa essere sviluppato per realizzare molto di più di quanto noi abbiamo fatto, ma ragionando in termini generali, è necessaria una direzione chiara e coerente che il nostro sistema collegiale  pseudodemocratico non era in grado di fornire.
Come artista ho bisogno di  assorbire una gran varietà d’esperienze. E’ difficile rispondere all’intuizione all’impulso nell’ambito della pianificazione a lungo termine di cui il gruppo aveva bisogno.
La crescita di denaro e di potere,  se fossi rimasto, mi avrebbe inchiodato al palcoscenico.
Avevo cominciato a pensare in  termini di business; molto utile per un musicista più volte scottato in passato, ma trattare i dischi e il pubblico in termini di denaro mi stava allontanando dagli uni e dagli altri.
Il mio futuro nella musica, se ce  ne sarà uno, sarà nel maggior numero di situazioni possibili “

Pensando al progressive rock, si pensa immediatamente ai più famosi gruppi inglesi degli anni ’70, forse a qualche nome italiano (per noi italiani), ma di certo non sono molti i gruppi statunitensi che hanno cavalcato l’onda del prog, in particolare nei suoi anni di splendore.

Jimi Hendrix

In effetti, la musica negli USA è stata a lungo legata alle radici jazz, ma soprattutto blues. Come conseguenza, alla fine degli anni ’60, mentre in Europa, scoppiava la moda di quella musica colta e ricercata, fatta di ritmiche complesse almeno quanto gli arrangiamenti, e le continue citazioni alla musica classica, negli USA si sviluppava un hard-rock che vede le sue radici proprio nel blues, in quel blues reinventato da Jimi Henrdix, che proprio in quegli anni aveva raggiunto il suo apice artistico, bruscamente interrotto.

Dunque se escludiamo alcuni sparuti artisti, che comunque interpretarono il progressive in modo assai diverso dai compagni d’oltreoceano (impossibile non citare Frank Zappa), l’apporto al progressive da parte degli Stati Uniti è quasi inesistente.

La copertina di Mirage, album dei Camel

Al contrario dei musicisti, il pubblico USA invece sembrava non disprezzare il genere. I gruppi europei partivano regolarmente per tour in USA, e proprio grazie a questi,molte band ancora poco conosciute in Europa, ebbero l’occasione di affermarsi. Stiamo parlando di gruppi italiani (che si sa, faticarono a farsi accettare in Europa) come la PFM e le Orme, ma anche inglesi, come i Giantle Giant e i Camel. Questi ultimi ad esempio, tra i primi album pubblicarono Mirage, che ebbe successo inizialmente solo negli USA e procurò alla band un proficuo tour sulla costa ovest.

La cosa più interessante di tutta questa storia è che sembra uno dei pochissimi esempi di come per una volta la situazione tra USA e resto del mondo si sia capovolta, di come la famosa egemonia culturale si sia rovesciata. A tutti gli effetti i gruppi progressive europei influenzarono la musica e i gusti degli americani, anche se per pochi anni.

John Lydon

La sera del 6 dicembre 1975, i Sex Pistols salgono sul palco per il loro primo concerto. Il cantante John Lydon esibisce una t-shirt con su scritto: I hate Pink Floyd. Volendo essere un po provocatori, quella stessa sera, ma da un altro palco, il progressive rock esce di scena. I Sex Pistols e quella maglietta simboleggiano la fine del progressive come stile dominante, innovativo, ma soprattutto sentito ed apprezzato dalla massa. I tempi sono cambiati.

Ma un momento. Chi sono i Sex Pistols? E con quale presunzione affermo, indirettamente, che i Pink Floyd rappresentano l’emblema del progressive rock?

I Sex Pistol inaugurano l’epoca del punk

Si sa, le mode cambiano, ed in modo incredibilmente simile a metà degli anni ’70, il progressive improvvisamente passa di moda. Non è un grosso problema per le band già affermate, che continuano la loro carriera più o  meno proficuamente. Il cambiamento parte invece dai locali di tutta la Gran Bretagna, dove si iniziano a sentire gruppi che suonano un tipo di musica diverso da quello a cui i frequentatori erano abituati negli anni precedenti.

Musica che trae la sua energia dalla provocazione e dalla ribellione, canzoni semplici, senza virtuosismi, che fanno della mancanza e disinteresse per la tecnica un vanto. E in questo i Sex Pistols ne rappresentano sicuramente l’emblema! Ma cosa rappresentano i Pink Floyd, per questa nuova concezione della musica?

I Pink Floyd rappresentano la rinnegazione delle radici della musica rock

David Gilmour

O perlomeno è quello che sostiene John Lydon con la sua maglietta.

I Pink Floyd non sono sicuramente tra i gruppi più rappresentativi del progressive, essendo più vicini alla psichedelia, ma esprimono bene quella concezione della musica intesa come arte, come estetica, della ricerca di raffinatezza, di contaminamento con generi musicali più colta come quella classica o il jazz. Tutto ciò che la nascente corrente punk rinnega, a favore di un riavvicinamento al rock’n’roll, quindi musica come mezzo di espressione e non opera artistica, spirito di ribellione, energia e vitalità, semplicità delle composizioni (ritornano i tre accordi).

A proposito di odio verso i Pink Floyd, mi viene in mente un gruppo italiano quasi ossessionato da Waters e compagni. Sembra non possono fare a meno di citarli dissacrandoli continuamente, anche se queste citazioni sono ben più raffinate di quelle dei sex Pistol. Ad esempio questo.

Yes

Un altro gruppo inglese, formatosi nel 1968. Storia solcata da numerosi cambiamenti di formazione ed altrettanti intrecci con altri gruppi e musicisti di quegli anni.

Fin dai primi anni ’70 gli Yes contribuiscono allo sviluppo della scena progressive inglese, anche se per quanto li riguarda, per riscuotere il maggior successo, dovranno aspettare qualche anno.

Il musicista fondatore della band è Ian Anderson, cantante proveniente da alcune precedenti esperienze, che viene a conoscere il futuro bassista Chris Squire in circostanze particolari: all’epoca Anderson lavorava come barman, e fu il proprietario del locale a presentargli il musicista. Anderson decise di unirsi al gruppo di Squire, che in seguito cambiò il nome in Yes.

É proprio Anderson l’anima fondamentale del gruppo, la sua particolare voce è distintiva del sound Yes, ed è l’unico elemento comune ad una musica sempre diversa per via dei diversi mucicisti che si susseguono negli anni. Diversa ma sempre sofisticata e ricercata, con molti riferimenti alla musica classica.

Come dicevo, la storia degli Yes è esemplare per spiegare quanto tutti quei gruppi progressive che oggi tendiamo a vedere come entità distinte, vivessero invece in stretto contatto tra di loro, accomunati quasi tutti anche dalla ristretta porzione del pianeta in cui presero forma: la Gran Bretagna.

Riguardo agli Yes, alcuni di questi legami sono i seguenti:

  • Il gruppo inizia a venire conosciuto dal pubblico nei primissimi anni ’70, in seguito all’incontro con Eddie Offord , produttore, che fra gli altri, lavorava con Emerson Lake & Palmer.
  • Nel ’71 otterrano notevole successo in un tour negli Stati Uniti, come gruppo spalla, tra gli altri, dei Jethro Tull.
  • Sempre in quegli anni, vengono prodotti importanti album come Fragile, e Close to the Edge. Nello stesso anno il batterista Bruford lascia il gruppo per unirsi niente meno che ai King Crimson!

Tra la loro discografia, oltre ai due dische già citati, spicca The Yes Album. Questi tre lavori, considerati tra i migliori degli Yes, contribuiscono a definire quello che verrà chiamato Yessound, dominato da virtuosismi individuali, arrangiamenti complessi ed un uso non marginale di strumenti elettronici.

I Van der Graf Generator, conosciuti semplicemente come Van der Graf, sono un gruppo inglese, come molti altri gruppi progressive si formano sul finire del sesto decennio del secolo scorso. Precisamente ed ufficialmente nell’anno 1967, grazie alla volonta del il batterista Chris Judge Smith  di creare una band rock. Egli dopo una ricerca, trova i compagni ideali in Peter Hammill e Nick Pearne. Questa è la formazione iniziale, ma c’è da dire che i musiciscti riuniti sotto il nome di Van der Graf Gernerator cambieranno numerose volte.
I VDGG nascono come un gruppo che inizialmente cavalca lo stile psichedelico che va affermandosi nell’ambiente più underground inglese, alcuni di questi gruppi, come appunto i VDGG, ma anche , ad esempio, i Pink Floyd, evolveranno e confluiranno poi sotto il grande tetto del progressive.
Già nel 1968, comunque, il progetto del gruppo viene dato per fallito, ma nello stesso anno Hammill incide come solista l’abum The Aerosol Grey Machine. Al di là del fatto che il disco sia presentao a nome del solo Hammil, in realtà parteciparono tutti i componenti.
Nel magnifico anno 1969 quindi la band si riunusce, cambia sound, posizionandosi su toni molto più progressive;  la cosa non passa inosservata a Robert Fripp, chitarrista dei King Crimson, che addirittura parteciperà alle registrazioni di  H to He, Who Am the Only One,  suonando una parte di chitarra.
L’album cardine del gruppo viene pubblicato nel 1971, con il nome di Pawn Hearts, finalemte i VDGG riscossero un discreto successo anche tra la critica e il pubblico, in particolare in Italia, dove il disco registrò il maggior numero di vendite.
La formazione dei musicisti negli anni successivi cambiò diverse volte. Ma fin dal principio la band risulta diversa da molte altri gruppi del genere: le musiche non sono farcite di virtuosismi, ma allo stesso tempo sono complesse e i toni sono sempre molto cupi. Anche i testi, a differenza di quelli surrealisti e irreali di gruppi come i Genesis, sono più concettuali e filosofici. In queste particolarità si può riconoscere la loro traccia distintiva lasciata nella storia della musica.

La storia della PFM ha caratteristiche peculiari e diverse da quelle della maggior parte dei gruppi progressive. Ovviamente si tratta di un gruppo italiano, quindi un ambiente musicale diverso da quello europeo e inglese in particolare, ma va detto che tra i gruppi progressive nazionali è quello che ha riscosso il maggior successo anche all’estero (in particolare USA, Inghilterra e Giappone), nonché uno dalla maggior longevità!

La PFM nasce ufficialmente nel 1972, ma per capirne la storia bisogna tornare indietro di qualche anno.

Nella seconda metà degli anni ’60 si vanno affermando i Quelli, gruppo composto da Franco Mussida, Franz di Cioccio, Flavio Premoli e Giorgio Piazza. Caratteristiche distintive sono la qualità e la tecnica strumentale dei suoi componenti, il che li rende particolarmente apprezzati come session men. Suonano per Mina, Lucio Battisti, Fabrizio De André e altri.

È proprio durante la registrazione della Buona novella di De André che i quattro conoscono un altro ottimo musicista: Mauro Pagani. Pagani si unisce al gruppo che in breve assume una propria identità, pur continuando ad essere di supporto per grandi gruppi internazionali del progressive, come i Procol Harum e gli Yes. I Quelli, poi divenuti Krel, assumono il nome definitivo di Premiata forneria Marconi, e si avviano verso uno stile che si rifà sempre più alle tendenze progressive internazionali.

Nel 1972 esce quindi il primo album: Storia di un Minuto, il cui singolo Impressioni di Settembre rimarrà un classico della band e nella musica italiana. Nel dicembre dello stesso anno avviene un particolare incontro, durante un concerto a Roma, con Greg Lake degli Emerson, Lake & Palmer, che convince la PFM a farsi pubblicare dalla propria etichetta Manticore. Storia simile a quella dei Banco del Mutuo Soccorso, ma in realtà assai differente.

Con Manticore, infatti, la PFM registra una versione internazionale, in Inglese di Storia di un minuto: Photos of Ghost. È proprio questa decisione che darà al gruppo quello slancio decisivo che permetterà di uscire dal panorama italiano per affacciarsi su quello internazionale. Il disco non ottiene in realtà un successo immediato, venendo snobbato dalla critica inglese per la pretesa di un gruppo considerato troppo italiano di proporsi ad un pubblico internazionale, cantando in lingua inglese.

Da notare, infine, la realizzazione di un tour che riscosse enorme successo con Fabrizio de André. I musicisti della PFM riarrangiarono le canzoni del cantautore in un sofisticato stile rock, dando ad esse una nuova linfa ed un nuovo impatto.

Dopo tanto parlare di gruppi e canzoni, oggi mi sembra il caso di partire direttamente dalle canzoni per rendersi immediatamente conto di cosa sia il progressive rock e quanto variegato sia. Anche un non troppo appassionato ascoltatore di progressive conoscerà quasi sicuramente queste canzoni, ormai diventate cult perché molto rappresentative. Ma iniziamo direttamente con la prima canzone:

I Want You (She’s So Heavy) dei Beatles, fa parte dell’ultimo album in studio registrato: il famoso Abbey Road. Definirla progressive rock appare quasi esagerato, ma ad ascoltarla non si direbbe proprio la classica canzone dei Beatles.

Seconda canzone: In the court of the Crimson King, come suggerisce il nome dei King Crimson. Chiamarla canzone è forse riduttivo..

Terzo gruppo: i Jethro Tull, con la loro canzone più famosa: Aqualung. Anche qui non c’è bisogno di commenti, ascoltarla chiarisce immediatamente ,lo stile di Anderson e compagni. Ho scelto una versione live, i concerti sono importanti per questo gruppo!
Emerson Lake & Palmer con un filmato tratto dal un concerto di Picture at an Exhibition .
Per finire, gli italiani Banco del mutuo soccorso, con Il giardino del mago.

Parte I

Parte II